Alla Royal School of Needlework: imparare una tecnica, acquisire un metodo

Dal rigore della tecnica alla libertà della mano: ciò che l’esperienza alla Royal School of Needlework mi ha insegnato sul ricamo e sul modo di trasmetterlo.

Le lezioni duravano almeno tre ore. Sul telaio, davanti a ciascuna di noi, c’era un imparaticcio: un semplice pezzo di tessuto sul quale provare, sbagliare, ripetere.

È forse una delle immagini che ricordo meglio della mia esperienza alla Royal School of Needlework.

Durante il primo modulo di Jacobean Crewelwork del Certificate & Diploma, ogni lezione era dedicata all’apprendimento di alcuni dei punti caratteristici di questa tecnica. Angela Bishop mostrava ogni movimento da vicino, permettendoci di osservare con precisione il passaggio dell’ago, la direzione del filo, la costruzione del punto.

Ma imparare un punto non significava semplicemente comprenderne il movimento.

Significava conoscerne le difficoltà, capire il comportamento dei materiali e imparare a riconoscere ciò che poteva compromettere la pulizia del lavoro.

Conoscere il materiale

Nel Jacobean Crewelwork si utilizza tradizionalmente un filato di lana su twill di lino.

A prima vista, lavorare con un filo di lana può sembrare più semplice rispetto all’utilizzo di filati molto sottili. In realtà presenta difficoltà specifiche.

La lana passa con maggiore fatica attraverso il tessuto e, proprio per questo, tende a usurarsi più velocemente. Se non viene gestita correttamente può creare quella leggera peluria che finisce per togliere definizione e pulizia al ricamo.

Angela ci insegnava anche questo.

Non soltanto come eseguire un punto, ma cosa accade al filo mentre lo eseguiamo, quali sono le criticità e quali piccoli accorgimenti possono cambiare il risultato finale.

È una distinzione che considero ancora oggi fondamentale.

Conoscere una tecnica non significa imparare una sequenza di movimenti. Significa comprenderne le ragioni, conoscere il materiale con cui stiamo lavorando e imparare a osservarne la risposta sotto le nostre mani.

Prima provare, poi ricamare

Per questo l’imparaticcio aveva un ruolo così importante.

Prima di lavorare sul ricamo definitivo, provavamo i diversi punti sul tessuto montato a telaio. Era uno spazio di esercizio, ma anche di osservazione.

Dopo aver definito il disegno del progetto finale, quelle prove diventavano sempre più personali: ciascuna di noi sperimentava i punti scelti per il proprio design prima di utilizzarli sul lavoro definitivo.

Non si trattava quindi di imparare una serie di punti uguali per tutte e poi ripeterli.

La tecnica veniva prima spiegata e compresa nella sua forma corretta. Poi iniziava un lavoro molto più individuale.

Ed è proprio questo uno degli aspetti del metodo di Angela che più mi è rimasto.

Una regola, tante mani

Il suo modo di insegnare era semplice e, proprio per questo, estremamente efficace: spiegare la regola e poi personalizzare la tecnica secondo le caratteristiche e i talenti di ciascuna studentessa.

Perché non tutte le mani sono uguali.

Ci sono punti che sembrano appartenerci immediatamente. Il movimento viene naturale, troviamo presto la tensione corretta e dopo poche prove iniziamo a sentirli nostri.

Altri, invece, sembrano resisterci.

Richiedono più concentrazione, più tentativi, più tempo. E il punto che per una studentessa appare quasi istintivo può rappresentare una vera difficoltà per un’altra.

Questo non significa rinunciare alla tecnica o alle sue regole.

Significa riconoscere che il percorso necessario per acquisirla può essere diverso per ciascuno di noi.

È una consapevolezza che negli anni è diventata sempre più importante anche nel mio modo di insegnare.

Il tempo fa parte della tecnica

Il ricamo richiede tempo.

Tempo per comprendere un movimento, per educare la mano, per imparare a controllare il filo. E poi ancora tempo perché ciò che inizialmente richiedeva tutta la nostra concentrazione diventi progressivamente naturale.

Per questo credo profondamente nel valore della pratica.

Quando insegno una tecnica e una studentessa incontra una difficoltà, cerco di capire come adattare il mio modo di spiegarla alle sue esigenze, senza però rinunciare all’obiettivo.

C’è infatti una frase che faccio fatica ad accettare:

«Non mi viene.»

Preferisco aggiungere una parola:

«Non mi viene ancora.»

Perché la pratica, nel ricamo, può fare quasi magie.

Un punto che all’inizio sembra impossibile può diventare, dopo molti tentativi, perfettamente naturale. E qualche volta proprio quella tecnica che ci ha fatto faticare di più finisce per diventare il nostro cavallo di battaglia.

Rispettare i tempi di apprendimento di una persona, quindi, non significa convincerla che qualcosa non sia nelle sue corde. Significa darle il tempo e gli strumenti necessari per scoprire fin dove può arrivare.

Dalla regola alla libertà

La mia prima formazione nel ricamo è stata profondamente legata a un approccio tradizionale, nel quale la precisione dell’esecuzione e il rispetto delle regole avevano un ruolo centrale.

Confrontarmi negli anni con insegnanti, tecniche e approcci differenti mi ha permesso di guardare a quel rigore da una prospettiva nuova: non come un insieme di limiti entro cui rimanere, ma come una base solida dalla quale partire.

Perché rigore tecnico e libertà espressiva non sono opposti. Al contrario, più strumenti possediamo, maggiore può essere la nostra libertà nel momento in cui iniziamo a creare.

Prima impariamo a conoscere un punto, il materiale, le sue possibilità e i suoi limiti. Lo proviamo, lo ripetiamo, sbagliamo e ricominciamo.

Poi, lentamente, smettiamo di pensare a ogni singolo movimento.

La mano sa cosa deve fare.

Ed è in quella sicurezza acquisita che possiamo iniziare a fare delle scelte: combinare, interpretare, sperimentare e trovare soluzioni che ci appartengono.

Quell’esperienza alla Royal School of Needlework è stata uno dei tasselli che hanno contribuito a costruire il mio modo di pensare all’insegnamento del ricamo.

Negli anni, altri corsi, altri insegnanti e altre esperienze si sono aggiunti a quel primo tassello. Da ciascuno ho cercato di raccogliere non soltanto nuove tecniche, ma modi diversi di osservarle, comprenderle e trasmetterle.

È da questo continuo confronto che, poco alla volta, ha preso forma il mio modo personale di insegnare.

Trasmettere una tecnica senza togliere spazio alla mano che dovrà farla propria.

Insegnare la regola, osservare le difficoltà, cercare strade diverse quando necessario. E soprattutto lasciare alla pratica il tempo di fare il suo lavoro.

Perché la tecnica si insegna. La sicurezza si costruisce.

E quando la mano possiede finalmente gli strumenti necessari, può iniziare a trovare la propria voce.

⸻ ❦ Arianna